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Ciasa Antersies ***

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A CIASA ANTERSIES IN VAL BADIA UN LUIGI VERONESI INASPETTATO.
Di Fulvio Dell’Agnese



Un affascinante murale dipinto nel 1971 dall’artista milanese nell’albergo di amici a San Cassiano. L’autonoma brillantezza delle campiture di colore a suscitare le sagome possenti delle montagne. E la provocazione di tre fiorellini.



“Fulvio, sai che nell’albergo di famiglia della mia amica Silvia, a San Cassiano, c’è un murale di Luigi Veronesi?”. La voce squillante di Nicoletta, mia cognata, era risuonata da Padova già in primavera, ad incoraggiare il progetto allora appena abbozzato di una mostra sulla decorazione parietale contemporanea da realizzare alla Galleria Sagittaria del Centro Iniziative Culturali Pordenone; ma è arrivata la fine di luglio prima che – con la macchina fantozzianamente carica di zaini, scarponi ed ampi sussidi cartografici – mi arrampicassi in Alta Badia. Nella Ciasa Antersies viene da muoversi in punta di piedi, fra linde tendine alle finestre, profumo di abete e spessori di moquette che attutiscono i passi e paiono smussare anche le sonorità spigolose della parlata ladina. Mia figlia la pensa diversamente ed improvvisa invece temerarie cabrate fra deliziosi soprammobili di esibita fragilità, ma non riesce a turbare Silvia Andriolo e sua madre, che serenamente mi fanno strada in un percorso a ritroso lungo le molte estati trascorse a San Cassiano da un grande pittore: mi conducono prima fra una costellazione di stampe e disegni che ricopre due intere pareti di forme geometriche e colori primari; poi verso un piccolo dipinto in cui tre flessuosi fiorellini di montagna fanno capolino da una trentina d’anni a sfidare le bonarie provocazioni degli amici che manifestavano all’artista il proprio smarrimento di fronte al linguaggio dell’astrazione.

Mi viene da sorridere, davanti a questi fiori resi con provocatoria perfezione accademica, se penso a certe parole del Veronesi dalla barba candida che ricordo di aver conosciuto a Pordenone (cittadina che gli è cara) nel 1978, ancora studente ginnasiale, in occasione di un seminario su “Luce e colore nell’arte contemporanea” di cui conservo tuttora gli appunti; non mi può dunque tradire la memoria quando sento risuonare la sua voce che alle scettiche osservazioni di un mio compagno sull’esperibilità di un opera d’arte astratta replicava: “Direi che un quadrato rosso è molto più reale di un fiore rosso dipinto. Il fiore rosso dipinto è un’astrazione in quanto è un’imitazione della realtà, non è reale; […] reale è il vero quadrato, che è solo un quadrato, è solo sé stesso”. Parole che rammento pronunciate con un tono deciso, ma non apodittico; con gli occhi sorridenti di chi, come è proprio dei grandi artisti – anzi, delle grandi persone -, era capace di unire profonda convinzione nelle proprie idee e divertita umanità; parole pronunciate forse con l’autoironia di chi teneva nell’armadio lo “scheletro” impertinente di un alpestre quadretto floreale. Ma non è più tempo di scherzare quando, entrati in una seconda sala ancor più luminosa, le mie ospiti mi mostrano – con un orgoglio palesemente nutrito dall’affetto di una lunga amicizia – l’atteso eppure imprevedibile totem: un murale di quasi due metri e mezzo che, incorniciato con amorevole austerità da una larga fascia di legno scuro, campeggia dal 1971 a suscitare su una parete le sagome possenti delle montagne che si vedono incombere appena fuori dalle finestre. Un dipinto che di quelle montagne evoca l’assurda bellezza senza permettere all’occhio di scorrere in anfratti rocciosi, ma isolando la superficie – come nell’abbaglio globulare di uno sguardo controluce – lo spezzarsi di piani e il trascolorare repentino che fanno l’unicità delle Dolomiti. Mi sarebbe piaciuto ritrovare nella “grana” di un intonaco affrescato il segno delle viscere terrose di quei pendii rosati, ma forse proprio questo Veronesi volle evitare: qualsiasi leggibile richiamo alla fisicità reale del soggetto, eluso tramite un utilizzo dello smalto da parete (oggi condannato a patire qualche piccolo sollevamento della pellicola pittorica) che per lui dovette rappresentare anche una scelta volta a privilegiare l’autonoma brillantezza delle campiture di colore.
Alla stessa tecnica egli fece d’altronde ricorso, a San Cassiano, in altri due dipinti murali: il primo, sempre datato al 1971, alla pensione Alexander e il secondo, più tardo (1987), all’hotel Rosa Alpina. In questi ulteriori interventi sorprendono egualmente la dimensione parietale e l’ubicazione, ma il linguaggio è più prossimo a quello del Veronesi a tutti noto, nella riduzione dei contrasti cromatici a gioiosa ma rigorosissima dinamica lineare – in una danza di forme arcuate come nel ritmico intersecarsi sul piano di cerchi e quadrati.-. Nel dipinto all’Antersies, invece, aleggia il senso dell’eccezione. Non so se nella montagna raffigurata possa riconoscersi qualche specifico riferimento all’uno o all’altro dei picchi dolomitici che circondano San Cassiano; al di là di echi certamente possibili, però, nei suoi tratti essenziali questa montagna non mi par una Sainte Victoire alla Cézanne, non è la sintesi ultima di un lungo lavoro dal vero.

Il suo autore era un artista già pienamente immerso nell’astrazione, che riplasmò qui per una volta il suo linguaggio, inglobando tra le forme ideali che ne costituivano il lessico una diversa e dominante icona; non certo per farne strumento di narrazione figurata, per descrivere un paesaggio, ma per innescare intorno ad essa un processo - questo sì lungamente meditato – di espressione allusiva, di poesia per immagini. Ricordo l’invito, scherzoso ma non troppo, di Veronesi a guardare un dipinto di Beato Angelico alla rovescia, per leggerlo solo in termini di rapporti cromatici. Non credo che il pittore volesse raccontarci altro che questo della “sua” Montagna, o che si attendesse da noi diversa lettura: “Io – diceva – voglio dare delle emozioni”.



TRATTO DA “IL MOMENTO”, giornale di informazione e cultura di Pordenone

ANNO XXXIII N° 350

SETTEMBRE 2002

 

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